Intervento alla TAVOLA ROTONDA
sulla Riforma a Giurisprudenza
Riforma alla Riforma
Roma, 18 Marzo 2002
La riforma universitaria, nata prettamente per le materie scientifiche e forzatamente allargata a tutti gli altri corsi di laurea, appare oggi più che mai nel suo “essere”, uno schiaffo morale alla cultura. Da anni noi di Azione Universitaria, movimento universitario presente su tutto il territorio nazionale, ci siamo sempre impegnati per tutelare la cultura e il diritto allo studio ed oggi più che mai, con tutte le nostre forze, cercheremo di presentare progetti alternativi a quelli già noti. Siamo sempre stati contrari alle mode del “cambiamento nonostante tutto”: dai Consigli di Facoltà, dai Senati Accademici ed in ultima sede, ma in prima come importanza, dal Consiglio Nazionale Studentesco Universitario. I nostri rappresentanti hanno contestato l’applicazione forzata della nuova legge, proponendo, in particolare, di differenziare l’applicazione della Riforma tra Facoltà Umanistiche e Facoltà Scientifiche, usando criteri diversi nella progettazione dei vari percorsi. Per alcune classi di laurea, infatti, non è semplice l’armonizzazione tra il primo triennio ed il biennio successivo; nelle Facoltà Umanistiche, in particolar modo, la formazione di base, che non è professionalmente qualificante, e quella specialistica, non può risultare equilibrata. Quindi, si può chiaramente affermare che l'articolazione “tre più due” non sia la più idonea. Risulta necessaria una modifica della legge per queste classi, ipotizzando un ritorno al quadriennio a “ciclo unico” per talune aree della didattica, pur applicando i crediti e l’architettura modulare dei corsi. Va dato atto alla Facoltà di Giurisprudenza di Tor Vergata ed in particolar modo al Preside, prof. Chiomenti ed ai Professori, di essersi espressa con coraggio e fermezza contro l’applicazione della Riforma, nonostante fosse stata in un primo momento prevista, e poi opportunamente rinviata.
Lo Studio è la base per sviluppare pienamente la persona, dandole completo accesso alla vita sociale ed economica. Le nostre battaglie per un’Università Libera, realmente funzionale alle esigenze della Comunità studentesca, si incontrano e scontrano con l’attuazione dei principi enunciati con la Riforma, in parte condivisi dal movimento, che comporteranno una minore permanenza degli studenti nel sistema universitario, ma che graveranno notevolmente sui ragazzi e sulle ragazze che sono già inseriti nell’Università in uno stadio avanzato del proprio percorso di studio. Nostro obiettivo prioritario è “garantire chi resta al Vecchio Ordinamento, valorizzare chi passa al Nuovo”.
Gli studenti hanno invocato, per molto tempo, una forte reazione alle storture del sistema universitario, drasticamente improduttivo, che ha determinato il sovraffollamento delle Facoltà nelle grandi città, un elevato tasso di abbandoni e un eccessivo numero di “fuori corso” (considerati da molti professori come “soci sostenitori” degli Atenei). Tali effetti sono stati causati da un fossilizzato schema dei corsi, dall’eccessivo carico di studio, dalla burocrazia amministrativa, dalle poche risorse economiche e strutturali disponibili, da un elevato numero di iscritti all’Università per mancanza di un posto di lavoro e dal modesto bagaglio culturale di cui ogni studente è portatore dalle scuole superiori. Non va dimenticata l’esigenza, ultimati gli studi universitari, di dover affrontare lunghi anni di specializzazione e praticantato, che aggravano il ritardo nella conclusione del percorso formativo.
La Cultura è un valore non un prodotto del mercato
Il progetto di Riforma ha avviato, con notevole ritardo rispetto al percorso socio-culturale della Nazione, il tanto atteso processo di ristrutturazione dei Corsi di Studio. Tra gli scopi primari, così decantati, del processo in atto: ottimizzare il processo formativo, assicurare il riconoscimento internazionale dei nostri titoli di studio (garantendo competitività e piena mobilità dei nostri laureati in Europa) e introdurre una maggiore flessibilità nella gestione dei piani di studio, consentendo rapide innovazioni al mutare delle esigenze del mercato del lavoro (in un processo di costante interazione e non di assoggettamento alle esigenze del mondo produttivo).
L’obiettivo più rilevante è l’abbattimento dei tempi di laurea con il conseguimento di un titolo intermedio immediatamente “spendibile”, riducendo di almeno un quadriennio la permanenza media nell’Università dello studente. Parallelamente, si è pensato di revisionare i programmi degli insegnamenti e ridurre il carico didattico, avvicinando la durate legale dei corsi alla durata reale degli stessi, comprimendo il ritardo nei cicli di studio rispetto agli altri studenti europei, che entrano prima nel mondo del lavoro ed acquisiscono più esperienza e competitività. Ma, fino ad oggi, la qualità degli insegnamenti impartiti nell’Università Italiana è stata sicuramente superiore alla corrispondente estera (altamente specializzata): bisogna evitare che, dietro un falso processo di “europeizzazione” dei Corsi di Laurea (ogni Nazione ha un sistema universitario “diverso e peculiare”), si verifichi il livellamento della cultura (il “pensiero unico” dell’intellighentia di certa parte della Sinistra ideologica italiana) e l'assoggettamento del processo formativo ai poteri forti. Il laureato non deve essere preparato solo ed esclusivamente per lavorare: la Tradizione Italiana degli Studi è caratterizzata da una formazione culturale e metodologica che “apre” la mente, rende più flessibile il pensiero, sviluppa maggiori capacità di adattamento a differenti forme di lavoro. In tal senso, ricordiamo gli esempi negativi di quei sistemi universitari dove l’eccesso di specializzazione degli insegnamenti ha provocato l’incapacità di porsi davanti a nuovi impegni lavorativi con la stessa flessibilità dei nostri laureati e per, tale ragione, alcuni Stati europei stanno pensando di garantire una preparazione caratterizzata da un solido impianto culturale di base che fornisca metodi di approccio critico per rispondere alle esigenze di una realtà sempre più complessa.
La fase applicativa
Quindi, il metodo migliore per raggiungere l’obiettivo di abbattere i tempi per conseguire la laurea, preservando l’attuale qualità degli Studi, è porre la necessaria attenzione alla sostenibilità del carico di studio e riproggettare la didattica, tagliando argomenti superflui e ripetitivi, razionalizzando la suddivisione degli argomenti in moduli, attraverso l’accordo dei docenti sui contenuti degli stessi a livello dei Consigli di Laurea (cosa che oggi non accade), ferma restando la libertà di insegnamento. In tal modo, dovrebbe scaturire un percorso equilibrato con un solido impianto culturale di base e una professionalizzazione necessaria all’inserimento nel mondo del lavoro, con il completamento del quadro formativo attraverso stages, laboratori e corsi integrativi.
E’ questa la fase dove è maggiormente rilevante la partecipazione studentesca e in cui gli studenti dovranno lottare per difendere la qualità degli insegnamenti perché l’Università resti una “palestra culturale” e non si trasformi in un esamificio.
Per il controllo degli accessi alle Facoltà, la Riforma ha introdotto test d’ingresso, che da molti sono intesi come selettivi, soprattutto per la laurea specialistica: è una chiara riproposizione del numero chiuso con percorsi di studio d’eccellenza per un numero di studenti limitati. Una forte contraddizione per il governo di Centro-Sinistra che ha emanato la legge riformatrice, che apre la strada al fallimento dell’Università di massa (tanto decantata), relegandola alla sola laurea triennale, e alla generazione di nuove elite d’intellettuali, per coloro che completeranno il percorso di studio con la laurea specialistica.
Un passaggio importante della Riforma, da Noi sostenuto, è la trasformazione in lauree dei Diplomi Universitari (previsti dalla Ruberti), valorizzando percorsi formativi, a carattere professionalizzante, che hanno risposto in modo adeguato alle esigenze di taluni settori lavorativi. Fondamentale, in tal senso, l’assicurazione di ulteriori sbocchi lavorativi compatibili, garantendo l’accesso dei nuovi laureati triennali e di chi ha conseguito i titoli dei Diplomi Universitari agli esami di Stato per l'accesso agli Ordini professionali regolamentati.
Proprio il ritardo nella regolamentazione dell’accesso al pubblico impiego e agli Ordini Professionali è stata una delle grosse lacune della fase di impostazione e implementazione della Riforma. La circolare ministeriale della Funzione Pubblica concernente l'accesso al pubblico impiego tramite le nuove lauree ha sancito una significativa differenza tra i titoli universitari di primo e di secondo livello. Infatti, i requisiti per l'accesso alle qualifiche dirigenziali, in considerazione dell’elevata professionalità necessaria per lo svolgimento delle funzioni, sono fissati nella laurea specialistica o in cinque anni di servizio svolti in posizioni funzionali per l'accesso alle quali è richiesta la laurea In ogni caso, per le altre qualifiche non dirigenziali, si accede con la laurea di primo livello.
Per quanto riguarda il capitolo Ordini Professionali, il nostro movimento ha lavorato attivamente nella fase definitoria delle nuove figure professionali, per la necessaria valorizzazione dei nuovi laureati triennali e la ricerca di adeguate garanzie per l'accesso agli Ordini stessi, ma anche per la rilevanza posta sulla tutela dei vecchi professionisti e dei futuri laureati "specialistici" che presentano una formazione più completa e possono, quindi, garantire il cittadino con l'affidamento di attività complesse a tecnici più qualificati. In tale fase, è stato sospeso un giudizio di merito sulla vetustà del sistema attuale di regolamentazione degli Ordini che genera “caste”, obsolete, presenti in Italia e in poche altre Nazioni.
Invece, contrasta fortemente con le Nostre posizioni, il nuovo modello di accesso agli Ordini Professionali poiché sono state aumentate in quantità le prove richieste, dall'esame di Stato, per l'iscrizione agli Albi: è un elemento pericoloso che garantisce un controllo maggiore sull'accesso agli Ordini stessi. La nostra proposta è legata al miglioramento della qualità delle prove d’ingresso, per una verifica reale delle competenze acquisite nel percorso di studio e durante i tirocini, ponendo, inoltre, l'accento sul necessario "controllo di qualità" (oggi totalmente assente) da effettuarsi durante il lavoro del professionista e sui necessari corsi di aggiornamento.
Uno spunto importante della nuova normativa è la possibilità di svolgere il periodo di tirocinio, ove prescritto per l’accesso all’Ordine, in tutto o in parte, durante il corso degli studi secondo modalità stabilite in apposite convenzioni.
Dunque, la Riforma, per come è stata attuata, sancisce l’esistenza del “valore legale” del titolo di studio, e ciò, in definitiva, contro la volontà di chi l’ha generata. Infatti, tuttora, i titoli universitari, conseguiti al termine dei corsi di studio di uguale classe e livello, hanno identico valore legale ai fini della partecipazione ai concorsi pubblici e dell’ammissione agli esami di Stato per l’accesso alle libere professioni, indipendentemente dallo specifico contenuto di crediti formativi. Quindi, non viene interrotta l’importante connessione tra percorso di studio e sbocco professionale.
I problemi della fase applicativa
La fase più rilevante e delicata è, comunque, legata all’applicazione concreta della Riforma nei singoli Atenei, vista anche la definitiva approvazione dei nuovi regolamenti didattici da parte del C.U.N.. Si deve, quindi, manifestare la forza di Azione Universitaria, in qualità di rappresentante della Comunità studentesca, con la partecipazione ai Consigli e alle commissioni paritetiche per l’attuazione del Nuovo Ordinamento e il monitoraggio delle attività, con lo scopo di valutare i necessari cambiamenti di rotta da prendere a livello locale. Tale fase è un importante occasione per rendere partecipe tutta la Comunità studentesca attraverso assemblee e dispense informative, poiché una considerevole parte del Corpo docente e del personale amministrativo delle segreterie è disinformata (sia sulla fase teorica di impostazione della Riforma, sia sulla fase applicativa) e si rilasciano troppo spesso dichiarazioni infondate, illazioni del tutto gratuite, che sviano gli studenti e generano confusione e pericolosi ostacoli burocratici. Uno degli errori macroscopicamente più evidenti, dell’impostazione del Governo di Centro-Sinistra, è stato l’aver pensato ad una riforma a “costo zero” (senza adeguati stanziamenti economici) che accentuerà, in un primo periodo, le problematiche storiche dell’Università, quali la carenza di aule, laboratori, centri di calcolo e docenti, sempre più necessari a seguito dell’incremento del numero degli insegnamenti e alle maggiori specializzazioni richieste ai laureati. Particolare attenzione, dovrà essere posta alle naturali tensioni nel variare i sistemi locali di tassazione, che non dovranno mai, in nessun caso, penalizzare (attraverso esborsi di denaro) gli studenti del Vecchio e del Nuovo Ordinamento e, soprattutto, i “fuori corso” per costringerli a transitare di ordinamento.
Inoltre, tra gli obblighi delle Facoltà, vi è quello di rilasciare i titoli di studio, secondo i Nuovi Ordinamenti, sin dal momento dell’emanazione del regolamento didattico, attraverso la conversione in crediti formativi dei precedenti percorsi per tutti gli studenti che ne hanno i requisiti: Azione Universitaria si deve impegnare a far rispettare questa norma.
A livello locale, per salvaguardare i legittimi interessi degli studenti già iscritti agli anni successivi e che si troveranno catapultati nel nuovo sistema, è necessario mitigare alcuni notevoli fenomeni che potranno generarsi (elencati qui a titolo esemplificativo e non esaustivo), lavorando per:
Ø evitare che l’applicazione del “debito formativo” impedisca l’accesso degli studenti ai vari anni di corso;
Ø risolvere le problematiche della sovrapposizione dell’orario dei corsi per chi segue corsi frammentati su più anni e, spesso, fra i due nuovi livelli di studio;
Ø frenare in una prima fase l’introduzione dell’obbligo di frequenza e garantire i diritti degli studenti lavoratori, scavalcati nell’applicazione della Riforma che, in realtà, li tutelava con la 509/’99 (è auspicabile che i docenti forniscano, per tempo, programmi dei corsi e materiale adeguato per lo studio, anche usando supporti innovativi, ed, in tal senso, servono adeguati stanziamenti);
Ø far rispettare gli orari di ricevimento dei docenti, vista la rapidità d’apprendimento connessa al nuovo modello;
Ø consentire (nella massima flessibilità ammissibile) variazioni nei piani di studi individuale, per adattarli alle nuove esigenze, sia per chi transita al Nuovo Ordinamento, sia per chi permane al Vecchio, riconoscendo le stesse come indispensabili per un buon proseguimento degli studi e per evitare che gli studenti subiscano ritardi a causa del nuovo assetto dei moduli didattici, della loro articolazione in cicli e degli orari;
Ø garantire il diritto di chi ha seguito i corsi a sostenere gli esami con il vecchio programma e con le vecchie modalità, almeno in tre appelli ben distinti durante l’anno per otto anni dall’introduzione della Riforma (a norma di legge);
Ø generare un forte coordinamento (senza ledere il principio dell’autonomia didattica) nelle gestione delle attività didattiche e amministrative tra i vari Consigli di Corso di Studio per evitare notevoli differenze nel trattamento degli studenti appartenenti alla medesima Facoltà, causa di forti disagi.
Le proposte
La polemica sorta sull'idea di bloccare o meno l’applicazione della Riforma universitaria si è smorzata poiché il nuovo Governo ha stabilito che è dannoso interrompere un processo riformatore di tale portata in uno stato avanzato di realizzazione (un treno in corsa), ma ha anche affermato che cercherà riscontri per adottare i correttivi in itinere necessari a migliorarne “il tragitto”. Assai importante e coraggiosa la risoluzione espressa dal Ministro Moratti che supporterà economicamente gli Atenei che avvieranno l’applicazione della Riforma con il nuovo anno accademico e consentirà agli altri di avviare il processo riformatore entro il 2003/04, a causa dei ritardi nella progettazione dei corsi, rinunciando però agli incentivi.
In particolare, proponiamo di differenziare l’applicazione della Riforma tra Facoltà umanistiche e Facoltà scientifiche, usando criteri diversi nella progettazione dei vari percorsi. Per alcune classi di laurea non è infatti semplice l’armonizzazione tra il primo triennio ed il biennio successivo, tale da rendere equilibrata la formazione di base e quella professionalizzante e, quindi, si può chiaramente affermare che l'articolazione “tre più due” non sia la più idonea. Risulta necessaria una modifica della legge per queste classi, ipotizzando un ritorno al quadriennio a “ciclo unico” per talune aree della didattica, pur applicando i crediti e l’architettura modulare dei corsi.
Un’altra importante battaglia, fondamentale perché lede i principi ispiratori della Riforma, è relativa alle modalità d’iscrizione ai corsi di laurea specialistica, visto che la laurea costituisce titolo utile e necessario per la stessa. Si genera un pericoloso “gap temporale” per chi si laurea dopo il termine di iscrizione ai corsi specialistici, soprattutto, in quei casi in cui sarà inserito il test d’ingresso, che può tenere fermo uno studente per un intero anno accademico contro il principio asserito di voler ridurre la permanenza dei giovani nel sistema universitario. Si devono prevedere forme di iscrizione con riserva che agevolino l’accesso al Biennio specialistico Gli studenti saranno così in grado di utilizzare le sessioni di esami per l’accrescimento ed il completamento dei propri curricula, stringendo le maglie del debito formativo (grazie al riconoscimento dei crediti conseguiti), evitando pesanti ed inutili ritardi, consentendo di terminare per tempo gli studi.
Gian Luca Bianchi
Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari
Luciano Cavaliere
Rappresentante degli Studenti alla Facoltà di Giurisprudenza
Università di Roma “Tor Vergata”
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