Nella ex Birmania, ora Myanmar, è in atto una
sanguinosa repressione delle manifestazioni di dissenso nei confronti del
feroce regime instauratosi dopo un colpo di stato nel 1988 e da allora al potere con il sostegno del governo cinese. Si tratta di una
giunta militare d'ispirazione marxista che approfitta della presenza sul proprio territorio di parecchie multinazionali senza scrupoli per darsi una patente di liberalità agli occhi della comunità internazionale. Ma ha i tratti tipici delle dittature comuniste nella presenza al
potere di tutti gli uomini che provengono dall’apparato del Partito, nella
retorica dei suoi leader, nei propri
simboli di riferimento, nella
repressione crudele di ogni libertà,
nella gestione statale di tutta l’economia nazionale.
Eppure, come spesso capita in questi casi, l’
aggettivo comunista scompare nelle cronache giornalistiche dalla regione est-asiatica e nelle dichiarazioni pubbliche del nascente Partito Democratico e dei partiti della sinistra italiana.
Azione Giovani è al fianco dei monaci, degli studenti e della popolazione birmana perché si tratta di
gente coraggiosa, che si
batte per la propria libertà contro una dittatura sanguinosa, e che non merita la solita ipocrisia dei finti pacifisti.
BIRMANIA: “Non ci sono ragioni per cambiare…”
…È la dichiarazione rilasciata sul giornale di regime “New Light of Myanmar” dal governo comunista della ex-Birmania
Le proteste sono iniziate il 19 agosto dopo l'improvviso aumento del prezzo del carburante: dapprima spontanee sono state poi portate avanti dalla Lega nazionale democratica e dalla Generazione studentesca dell'88. Successivamente vi hanno aderito anche i monaci. A Myanmar non si tengono elezioni dal 1990, anno in cui la Lega nazionale democratica, guidata da Aung San Suu Kyi, conseguì una schiacciante vittoria, mai riconosciuta dalla giunta militare. Le Nazioni Unite hanno denuciato la gravità della situazione a Myanmar e sottolineato che costituisce un pericolo per la stabilità del Sudest asiatico.
Commentando la dichiarazione del consiglio di sicurezza dell’ONU, il giornale ha aggiunto “Questa dichiarazione non è una fonte di inquietudine per noi, poiché la situazione in Birmania non costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza regionale e internazionale”. Tali affermazioni da parte del regime comunista testimoniano come esso sia indifferente al sangue versato dal popolo birmano in lotta per la libertà e alle pressioni dell’opinione pubblica internazionale.
SIAMO CONTRARI ALL’IMMOBILISMO DELLE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI
SIAMO CONTRARI AL VETO POSTO DALLA RUSSIA E DALLA CINA DETTATO DAGLI INTERESSI ECONOMICO-POLITICI
CHIEDIAMO UN’AZIONE PIU’ INCISIVA
NON ESSERE INDIFFERENTE!
CON NOI A FIANCO DEL POPOLO BIRMANO

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