Non intendo difendere né i politici, né i loro privilegi, ma non posso nemmeno accettare che si dica che se in Italia qualcosa non funziona e siamo a rischio default la colpa è dei costi della politica.
Potrei anche accettare di ammettere che sia colpa dei costi della politica, le auto blu, i prezzi stracciati ai ristoranti di camera e senato, i vitalizi da capogiro ecc., a patto che si ammetta che a questi tanto odiati sprechi vengano sommati quelli per mantenere strutture sanitarie che non servono ad altro che a creare pubblico impiego e accomodare con un contratto a tempo indeterminato i clientes della casta, e così via per scuole, università, acquedotti, municipalizzate… insomma tutte quelle strutture pubbliche o a partecipazione pubblica dove poi sono impiegati gli stessi che scendono in piazza a manifestare in difesa dei privilegi acquisiti contro quelli altrui.
Ultimamente mi è capitato di imbattermi in monologhi tanto antipatici quanto infondati del comico Enrico Brignano che, ottenuto un contratto come conduttore a le Iene, ha ritenuto di doversi schierare contro questo sporco governo di ladri, certo perchè si sa che se non ci si schiera, possibilmente contro la politica, possibilmente contro il governo e possibilmente a sinistra nel mondo della televisione e della cultura non sei nessuno.
L’ho ascoltato parlare dei disordini del 15 dicembre a Roma, l’ho ascoltato teorizzare complotti a danno dei manifestanti e l’ho ascoltato teorizzare un coinvolgimento della polizia nei complotti, e certo, al governo serviva che questa manifestazione andasse in fumo, come siamo scemi a non averlo capito prima.
Poi di nuovo si è adoperato in una lunga ed infiammata invettiva contro i politici, i loro costi ed i loro sprechi, senza comprendere che le sue parole - in questo caso simpatiche e forse in parte anche giuste, ma cariche di risentimento - andranno a nutrire l’odio e la disperazione di quei ragazzi che in virtù delle ingiustizie subite dalla casta, dalla politica e soprattutto da questo governo si sentiranno giustificati nel compiere gesti degeneri e violenti.
E’ un atteggiamento che nuoce alla capacità di chi, ancora in fase di maturazione, gli adolescenti, deve ricevere gli strumenti per autodeterminarsi e non essere infarcito di dottrine. Questo modo di fare informazione, nega loro la possibilità di credere che il loro impegno civico possa essere prezioso per il futuro della loro generazione e di quelle a seguire. Così si nega loro la possibilità di credere di poter cambiare il mondo, la possibilità di avere fiducia nella vita, di ambire a ricoprire cariche politiche perchè spendersi per il proprio Paese è un atto d’amore. E, non ultimo, si nega loro di credere che non ci si impegna in politica solo per un tornaconto personale.
Non si può cercare la causa di tutti i mali solo nella classe politica. Creare lo spauracchio dell’ineluttabilità del fallimento e della crisi globale certo non giova ai ragazzi, nè all’intero sistema sociale, non giova alla fiducia che la gente riporrà nel futuro e di conseguenza alle pratiche e alle forze che metteranno in campo per realizzare le proprie ambizioni. E’ giusto far credere ai ragazzi che stanno peggio dei loro genitori alla loro età, quando per altro non è vero? E’ giusto fargli credere che per loro non ci sarà futuro e che tutto è perduto? Siamo sicuri che questo atteggiamento di diffusione della sfiducia non generi un meccanismo perverso per il quale la fine e il fallimento, così tanto attesi e profetizzati, debbano necessariamente realizzarsi?
Sarebbe meglio spendere a favore di un pubblico di giovani e giovanissimi parole di speranza e di incoraggiamento così che siano portati a reagire alla crisi piuttosto che a subirla, non si può fare l’errore di convincere i ragazzi a credere che il governo debba garantirgli un lavoro a vita piuttosto che, invece, a pretendere che gli garantisca la possibilità di un migliore accesso al mercato del lavoro.
L’antipolitica è da considerarsi alla stregua dei motti demagogici ed irrazionali che contraddistinsero glia anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 e che produssero il malessere sociale ed economico in cui languiamo oggi.
Così un gelataio 26 enne espone all’ ingresso del proprio locale l’avviso che “per deputati e senatori il gelato costa 30 euro” e che un pizzaiolo di Napoli vende la pizza a 100 euro agli eletti in parlamento.
Entrambe sono nient’altro che trovate pubblicitarie, ma danno il senso di come oggi tutto si nutra e si misuri sul metro del disprezzo per la politica e così, invece di puntare alla qualità e alla bontà dei prodotti in vendita si gioca la carta dell’ antipolitica che poi non è che un modo alternativo per fare la tanto odiata politica.








