Vecchio Ordinamento questo sconosciuto (12/2006)
Molti neo-studenti di giurisprudenza forse non sanno neanche di cosa si tratta. E probabilmente alcuni tra studenti e professori oggi lo rimpiangono. Stiamo parlando del “vecchio ordinamento”, cioè l’organizzazione della didattica che precedeva l’attuale sistema del 3 + 2, introdotto dalla riforma universitaria avviata nel 1999. A distanza di alcuni anni dalla riforma i primi bilanci sembrano positivi, se consideriamo il numero di studenti che riesce a rimanere in regola con gli esami e con il proprio piano di studi. Non mancano però i motivi per far storcere il naso, non solo ad alcuni professori che si sono visti costretti a dividere in parti i loro insegnamenti. Ma anche a studenti che nel biennio specialistico si trovano ad approfondire solo alcuni degli argomenti affrontati, in maniera forse troppo frettolosa, nel corso della laurea triennale. Viene allora il dubbio che se una delle finalità principali della riforma era quella di facilitare la vita agli studenti, si poteva raggiungere l’obiettivo in maniera diversa. Nel testo della riforma universitaria si parla spesso di flessibilità dei corsi di studi come uno dei risultati finali. Ma la vera flessibilità è quella che tiene conto anche delle caratteristiche di ogni facoltà e soprattutto delle particolarità dei suoi insegnamenti. Come spesso accade in Italia quando si parla di riforme, abbiamo l’impressione che anche stavolta si sia persa un’occasione per migliorare veramente le cose. Ci si è andati vicini ma questo non basta. E si ha quindi la sensazione che il vecchio ordinamento, almeno per giurisprudenza, non fosse poi da buttare.
Marco Caranzetti








