Per un'Università protagonista nella formazione
L'avanzamento progressivo del processo di unificazione europea, l'evoluzione dei sistemi informativi e tecnologici, la diffusione e la valorizzazione delle conoscenze sono alla base delle sfide che coinvolgono i sistemi educativi e formativi del nostro Paese. Solo attraverso una Università che sia luogo di elaborazione culturale una Nazione che si rispetti può formare una propria classe dirigente valida e competente. La formazione delle giovani generazioni e la ricerca scientifica e tecnologica sono investimenti per il futuro del Paese: il Governo deve dare spazio a tali settori attraverso una chiara politica di indirizzo sugli obiettivi e adeguati interventi dal lato economico, che consentano di accrescere la competitività degli Atenei, considerato anche il confronto sulle risorse che gli altri paesi dell'Unione Europea destinano ad Università e ricerca.
Alcuni tra i più importanti paesi europei hanno definito, a partire dalle dichiarazioni della Sorbona e di Bologna, un orientamento comune sul nuovo modello di Università sulla base di percorsi universitari composti di due cicli. Negli altri paesi tale Riforma è stata portata avanti in maniera diversa rispetto all'Italia: si è proceduto alla sperimentazione o alla definizione del sistema universitario su due cicli, ma non si è definito il settore con una formula rigida come quella adottata in Italia, dove abbiamo applicato il modello del "3 + 2" per quasi tutte le "classi" universitarie, agendo in maniera indifferenziata nei vari ambiti scientifico-disciplinari.
In particolare, è doveroso segnalare che alcuni partners europei stanno tentando di rifondare la preparazione universitaria su un solido impianto culturale di base che fornisca anzitutto metodi di approccio critico ad una realtà sempre più complessa. D'altronde sono noti gli esempi negativi di quei sistemi universitari dove l'eccesso di specializzazione degli insegnamenti ha provocato l'incapacità dei laureati di porsi davanti a nuovi impegni lavorativi con la stessa flessibilità di chi ha frequentato i nostri Atenei ottenendo una migliore formazione culturale e metodologica. Al contrario, con il nuovo processo riformatore, l'Italia rischia di andare incontro ad una superficiale parcellizzazione di conoscenze adottando un criterio formativo che altri paesi ritengono superato e trasformando gli Atenei in "esamifici". La qualità storica degli insegnamenti impartiti nell'Università Italiana è indubbiamente superiore rispetto al corrispondente estero: con il processo di "omologazione" culturale approvato dal precedente Governo si rischia di perdere questo primato positivo.
I risvolti positivi dell'introduzione del nuovo Ordinamento del "3+2", con cui si è voluto superare uno storico immobilismo e un mondo ingessato su vecchie schematizzazioni baronali, sono sintetizzabili nell'introduzione dell'architettura modulare dei corsi e del sistema dei crediti (anche come misura della sostenibilità dei carichi didattici); nella trasformazione dei Diplomi in Corsi di Laurea serializzati alle lauree specialistiche; nel mantenimento del valore legale del titolo di studio; nel riconoscimento dello status di studenti ai frequentatori dei Master, dei dottorati di Ricerca e delle scuole di specializzazione; nella l'introduzione del "debito formativo" come elemento disincentivante in alternativa al concetto di "numero chiuso"; nell'istituzione dei requisiti minimi strutturali e qualitativi per la attivazione e il funzionamento dei Corsi di Studio, che consentano di commisurare l'offerta formativa alle reali potenzialità delle Università e alle reali esigenze degli studenti e del mondo produttivo.
Da una prima analisi effettuata sul territorio nazionale emergono dati sconfortanti sulle modalità di attuazione della Riforma, anche a causa alle interpretazioni datene in autonomia dagli Atenei. Ma le più forti criticità sono legate all'impostazione culturale di chi ha predisposto la stessa senza correlare i Corsi di Studio agli sbocchi professionali, ascoltando effettivamente il mondo produttivo nella fase di costruzione del Nuovo Ordinamento. È, infatti, impossibile ripensare un sistema formativo senza avviare contestualmente un ripensamento sugli accessi al mondo del lavoro, concertando il tutto con le parti sociali, il sistema delle imprese e gli Ordini Professionali. Per tali ragioni, il sistema del "3 + 2" sta generando evidenti difficoltà di applicazione nell'area umanistico-sociale dove tale articolazione formativa non è la più idonea, mentre fortunatamente i dati sono più confortanti per nell'area tecnico-scientifica in cui è più facile equilibrare la formazione di base e quella professionalizzante.
In questa logica, gran parte della Comunità studentesca propone di differenziare l'applicazione della Riforma per le Facoltà umanistiche e sociali, usando criteri diversi nella progettazione dei vari percorsi formativi: per tali Corsi di Studio è opportuno ipotizzare un ritorno al quadriennio/quinquennio a "ciclo unico" o l'introduzione dei cosiddetti "percorsi a Y", pur mantenendo i crediti e l'architettura modulare dei Corsi e tutti gli altri aspetti positivi legati all'introduzione della Riforma stessa.
Gian Luca Bianchi
Consigliere Nazionale degli Studenti Universitari
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